PRATO (29 ottobre 2024) – Il carcere in Italia è concepito ( a parte il 41bis) come riabilitativo perché ci vantiamo di essere un Paese moderno e attento ai diritti umani. Ma troppo spesso i detenuti ricorrono al suicidio probabilmente perché la loro esistenza nel carcere risulta troppo difficile.
di Ludovica Cassano
Un 50enne italiano, con fine pena fissato al 2030, si è impiccato nella sua cella (nel carcere della Dogaia) e a nulla sono valsi i tentativi di soccorrerlo da parte degli agenti e dei sanitari; si tratta del quarto suicidio da inizio anno, mentre il totale di detenuti che si sono tolti la vita nei penitenziari italiani sale a 77, ai quali vanno aggiunti sette agenti di polizia penitenziaria.
L’ultima vittima è un italiano di 50 anni, in carcere per gravi reati e con fine pena fissato al 2030. L’uomo, secondo quanto spiegato dal sindacato UilPa Polizia Penitenziaria, si è suicidato impiccandosi nella sua cella. A nulla sono valsi i soccorsi degli agenti della Penitenziaria e dei sanitari. Era detenuto da marzo nella settima sezione, quella che ospita chi si è macchiato di crimini di natura sessuale. Al momento non sono chiari i motivi del tragico gesto. L’uomo non avrebbe dato segni di particolare disagio.
Sulla vicenda interviene anche la Fp Cgil per “denunciare con forza l’estrema gravità delle condizioni del carcere pratese, un istituto che da anni vive in una situazione insostenibile sia per i detenuti che, soprattutto, per il personale che vi lavora.
Eppure, le numerose richieste di aiuto in termini di incremento di personale e risorse da impiegare per migliorare le condizioni di vita nel carcere stesso, sono rimaste inascoltate. Troppo poco per un Paese civile!
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